Le riviste triestine del secondo dopoguerra:«Umana ed altro»;

1. TRIESTE NEL 1951
II contesto in cui prende vita «Umana» a Trieste nel 1951 è quello di una città la cui sorte è drammaticamente sospesa. Non più parte dello Stato italiano, dovrebbe costituire con la Zona B residua dell'lstria del resto ceduta, il Territorio Libero di Trieste, mentre continuano ad affluire per stillicidio in attesa di nuove ondate gli esuli dall'lstria, e la vicina lugoslavia ha già realizzato la propria autonomia rispetto al sistema stalinista inaugurando la formula del socialismo reale di Tito, ormai staccata dal blocco comunista. Alle spalle c'è il maggio 1945, l'esperienza di una città già liberata dalla dominazione germanica con le forze locali del CLN italiano, ed occupata dai partigiani iugoslavi - cui sono alleati i comunisti italiani - sotto gli occhi dell'esercito degli Alleati. La città sarebbe ritornata all'Italia nel 1954, città senza territorio, in seguito agli Accordi di Londra, in una sistemazione che è stata ratificata vent'anni dopo con il Trattato di Osimo (1975). E' questo l'arco temporale in cui la rivista esce con frequenza bimestrale per lo più.

2. «UMANA»
Sul verso copertina accanto al titolo «Umana» nell'occhiello si legge:

Umanità è la famiglia spirituale degli studi in cui si afferma, come per elevazione in aere più sereno, il distacco dal bruto e la superiorità della razza pensante. Umanità è anche il tratto essenziale di parentela nella coscienza e nel dolore tra le mille anime nate dallo agitato e discorde seme di Adamo. In ogni caso è, fra tutte una parola che lega.

Sono le parole con cui Silvio Benco patriota, giornalista, scrittore, critico, aveva presentato il 25 maggio 1918 la rivista «Umana», che avrebbe avuto breve durata. La figlia Aurelia, nota per l'accostamento del cognome del marito come Aurelia Gruber Benco, ne riprende con la testata le parole di apertura. In copertina l'indicazione dell'editore rimanda ad Aurelia Benco, e la redazione è in casa: a Opicina, poi a Duino. La lezione ci rimanda ad un umanitarismo che non è generico, bensì segno di autentica adesione alla vita, leggibile nella diversa focalizzazione che la rivista dimostra nel corso degli anni di fronte ai problemi che emergono e vengono seguiti con attenzione per la dimensione uomo e società. Siamo nell'ambito di quella cultura che privilegia la vita rispetto alla letteratura, ed ha voce in Umberto Saba.